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Il kenia è un paese assetato, un paese messo in ginocchio dalla siccità, che dura almeno da 4 anni.

In questo clima infuocato c’è anche qualcuno che fa fortuna. C’è un certo sig. Ibrahim, detto “L’arabo” che ha intuito come approfittare della situazione e che ha iniziato a vendere ACQUA.

 

“Il mercato e' chiuso da mesi, non c'e' nulla da vendere e da comprare, la siccita' ha fatto alzare i prezzi e i contadini e gli allevatori non hanno piu' soldi: scomparso il fragore delle mucche e dei cammelli, le grida delle donne e dei venditori, il chiasso dei bambini cenciosi. Sono rimaste solo le mosche che ronzano irritate e impazzite, in fitti nugoli neri. Si sta, comodi, come in mezzo a un incendio, perfino l'ombra e' bollente, perfino il vento e' infuocato.”

 

Da questa descrizione si comprende l’estrema situazione in questo paese che urla il proprio disagio.

 

“Da quattro anni c'e' la siccita'. Abdi IBRAHIM se la ricorda l'ultima stagione delle piogge: quando l'erba era rigogliosa le mandrie non troppo numerose, e tutto era in equilibrio perfetto. Poi e' come se la stagione secca si fosse prolungata indefinitamente. Tutta la rete di strade e di viottoli disposta ingegnosamente in modo che i clan degli allevatori e dei contadini si sfiorassero senza intralciarsi ha perso di colpo ogni valore, si e' scatenata una corsa disperata per agguantare a qualunque costo i pozzi dove ancora c'e' l'acqua. IBRAHIM ascolta la radio: il governo e le Nazioni Unite annunciano che nel Nord del Paese ci sono quasi quattro milioni di persone che hanno bisogno di assistenza per non morire.”

 

Ibrahim si è ingegnato per sopravvivere e si è messo in società con un indiano della costa, che gli ha affittato un vecchio camion, riempie i contenitori da un deposito sulla costa, ed ora vende acqua. “L'idea gli e' venuta guardando i pozzi e il fiumiciattolo di Bangale morire settimana dopo settimana. Fino a quando il torrente e' sparito mettendo a nudo un letto arido e crepato da cui il vento ora solleva nere nuvole di fango essiccato. La gente con le pale le mani scavava freneticamente cercando di far rampollare le vene piu' riposte di acqua. Al mercato le donne tornavano sempre piu' da lontano con le brocche vuote. Per arrivare al fiume Tana, che non e' ancora secco, sono cento chilometri; impossibile con le bestie cosi' stremate. E sulle rive i contadini si sono armati per tener lontano il bestiame che sottrae loro l'acqua. Allora IBRAHIM ha avuto una idea.” “Va nei punti dove si riuniscono gli allevatori e il loro bestiame, come Tarbaj Dam. In un turbine sbuca dalla polvere con il suo camion: eccomi, volete salvare il vostro prezioso bestiame? Io ho l'acqua! Due anni fa costava 50 scellini keniani per un bidone di venti litri, adesso il triplo.”

 

E in questo modo Ibrahim diventa un po’ più ricco ma anche impopolare, anche se la concorrenza sta crescendo, ma c’è ancora posto per tutti. “All'inizio sulle piste quando donne che trascinavano latte, bidoni e bambini sfiniti oppure ferme sotto una acacia con grandi brocche di argilla gli gridavano «Biyo», acqua, aveva la tentazione di fermarsi e regalarne un po'. Adesso accelera senza guardarle. Ci pensi il governo riempiendo di nuovo i serbatoi pubblici, invece di distribuire solo il cibo che riceve dal programma alimentare mondiale, mais e fagioli. Gia', una bella carita': perche' ci vuole acqua per farli cuocere e cosi' quegli stupidi crepano di fame. Il governo in compenso si sta dando molto da fare per gli ippopotami del fiume Tsavo in secca, manda fieno per nutrire quei mastodonti rimasti senza erba fresca. Il turismo rende e se non ci sono animali da mettere in mostra, grassi e pasciuti, chi riempira' gli alberghi?”

 

Quest’ultima riflessione ci lascia con un po’ di amaro in bocca…. Di soluzioni ce ne sono tante, di applicazioni tecniche ancora di più, ma veramente cosa conviente maggiormente, e soprattutto a chi?

 

 

Articolo tratto da La Stampa del 20 settembre 2009, pag. 15, oppure  www.lastampa.com